Che cosa rende una città grande?

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Si tratta di una domanda importante, perché nel 2030, 5 miliardi di persone – il 60 per cento della popolazione mondiale vivrà nelle città, a fronte dei 3,6 miliardi di oggi: le città diventeranno sempre più il turbocompressore della crescita economica del mondo. Le nazioni in via di sviluppo dovranno affrontare un’urbanizzazione senza precedenti, mentre quelle già (per modo di dire) sviluppate devono già oggi lottare con infrastrutture vecchie e budget inesistenti.

Tutti lottano per far crescere la competitività delle loro città, ma a noi più che la crescita del PIL interessa la crescita della vivibilità… e quindi dei mezzi di sussistenza delle persone che le abitano. Il primo passo è essere consapevoli del proprio patrimonio ambientale (della nostra città), che va rispettato e tutelato pur nella necessità di trovare le risorse necessarie. Ecco che per comprendere i processi chiave e parametri in grado di trasformare le città in luoghi migliori per vivere e lavorare bisogna guardare, oltre che agli aspetti economici (come fanno i nostri miopi governanti) anche al sociale e all’ambiente. Una ricerca norvegese (li si vive bene), conclusa dopo aver intervistato 30 sindaci e 80 altri dirigenti nei municipi della città in quattro continenti, ci dice che è sufficiente fare (solo) tre cose veramente bene:

• Raggiungere una crescita intelligente, ovvero integrare l’ambiente nei processi economici decisionali: le città devono investire in infrastrutture in grado di ridurre le emissioni, la produzione di rifiuti e l’uso di acqua.

• Fare di più con meno. Esplorare partnership di investimento, abbracciare la tecnologia, fare i cambiamenti organizzativi che eliminano i ruoli si sovrappongono e gestire le spese. Se progettato e ben eseguito, il partenariato pubblico-privato può offrire a basso costo, infrastrutture e servizi di qualità superiore.

• Sostenere il cambiamento. Il cambiamento non è facile e può anche attirare l’opposizione. Ma oggi nelle nostre amministrazioni cittadine servono semplicemente dipendenti pubblici responsabili delle proprie azioni, capaci di cogliere ogni occasione per forgiare un consenso con la popolazione locale e la comunità imprenditoriale. I dipendenti pubblici non devono più essere presi dalle liste di raccomandati; bisogna prendere provvedimenti per reclutare e trattenere i migliori talenti, sottolineare la collaborazione e formare dipendenti pubblici in grado di usare la tecnologia. I sindaci delle nostre città sono fin troppo consapevoli che la loro permanenza sarà limitata a pochi anni, ma devono smettere di articolare le loro politiche solo per ottenere consenso politico nel breve periodo.

Avviamo un circolo virtuoso che sostenga ed incoraggi un grande ambiente urbano, tramite  piani a lungo termine articolati ad ottenere il sostegno popolare nel lungo periodo. Non votiamo più gli innumerevoli Cetto La Qualunque

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